C’è un’idea che da qualche giorno agita il dibattito francese: il declino di Parigi non sarebbe colpa della sfortuna o della globalizzazione, ma di una catena precisa di scelte politiche. A sostenerlo è un rapporto appena uscito, rilanciato da uno dei più importanti quotidiani francesi. Vale la pena guardarci dentro, perché molte di quelle “patologie” suonano familiari anche a noi italiani.
Cosa dice il rapporto
A fine giugno 2026 il think tank Institut Thomas More ha pubblicato un documento intitolato, senza giri di parole, “1975-2025: le cinquanta decisioni che hanno affondato la Francia”. Il rapporto è stato ripreso e portato in prima pagina da Le Figaro Magazine, e da lì è rimbalzato su gran parte della stampa d’oltralpe.
La tesi di fondo è netta: mezzo secolo fa la Francia era un Paese ricco, industriale, poco indebitato e rispettato sulla scena internazionale. Oggi, sostengono gli autori, è una nazione schiacciata dal debito, dall’insicurezza e dalla deindustrializzazione. In mezzo, una serie di decisioni — economiche, fiscali, scolastiche, migratorie — che il rapporto considera i veri responsabili del declino.
Gli analisti hanno organizzato le cinquanta scelte in dieci grandi temi: democrazia e istituzioni, scuola e cultura, economia e industria, energia e ambiente, fisco e finanze pubbliche, immigrazione, modello sociale, sanità, sicurezza e giustizia, sovranità ed Europa.
Il nodo economico: le 35 ore e le pensioni
Il capitolo più discusso è quello del lavoro. Secondo il rapporto, l’introduzione delle 35 ore settimanali alla fine degli anni Novanta sarebbe arrivata nel momento peggiore possibile: proprio mentre la Francia entrava nell’euro, rinunciando alla leva del cambio, e mentre la Cina si affacciava sul commercio mondiale. Il risultato, secondo gli autori, è stato un costo del lavoro più alto e una perdita di competitività difficile da recuperare.
A questo si aggiunge la pensione a 60 anni introdotta negli anni Ottanta, descritta come una mossa elettorale slegata dai dati demografici, e l’imposta sui grandi patrimoni: il documento sostiene che quest’ultima abbia spinto migliaia di contribuenti facoltosi a lasciare il Paese, portando con sé decine di miliardi di patrimonio.
Sul fronte dei conti pubblici i numeri citati sono impressionanti: il debito francese sarebbe passato da circa il 20% del PIL negli anni Settanta a oltre il 115% di oggi, con uno stock superiore ai 3.000 miliardi di euro.
Immigrazione, Europa, energia
Il rapporto individua un “filo rosso” nelle decisioni che critica: spesso prese, secondo gli autori, senza un reale passaggio democratico. L’esempio più citato è il decreto sul ricongiungimento familiare degli anni Settanta, che avrebbe trasformato l’immigrazione da fenomeno legato al lavoro a fenomeno di popolamento.
Sul versante europeo, il documento punta il dito contro la ratifica del Trattato di Lisbona dopo che i francesi, al referendum del 2005, avevano bocciato la Costituzione europea: una frattura, sostiene, tra le élite e i cittadini.
C’è poi il capitolo energia, con la chiusura di una storica centrale nucleare indicata come emblema di una politica che avrebbe rinunciato al principale vantaggio competitivo francese: l’elettricità a basso costo.
Attenzione: chi firma il rapporto
Qui serve onestà intellettuale, perché aiuta a leggere meglio i dati. L’Institut Thomas More è un centro studi di orientamento liberale-conservatore, nato nel 2004 e collocato dalla stampa francese vicino all’area della destra tradizionalista. Non è un osservatorio neutrale: ha una visione politica precisa, e alcune sue analisi passate sono state contestate sul piano del metodo da testate come Libération.
Questo non significa che il rapporto sia da buttare — molti dei fatti citati (le 35 ore, il referendum del 2005, l’andamento del debito) sono reali e documentati. Significa però che le conclusioni sono una lettura politica di quei fatti, non una verità neutra. Lo stesso Le Figaro lo presenta come un “punto di vista”. Chi legge fa bene a tenerlo presente.
Perché ci riguarda
Il motivo per cui questa storia francese merita attenzione anche da noi è semplice: l’Italia condivide molte delle stesse fragilità. Debito pubblico elevato, crescita lenta, dibattito acceso su immigrazione, energia e rapporto con Bruxelles. Le domande che il rapporto pone alla Francia — quanto pesano davvero le scelte politiche di lungo periodo? Si può invertire la rotta? — sono le stesse che da anni attraversano il nostro Paese.
Gli autori, va detto, non si fermano alla diagnosi: annunciano un secondo rapporto, in uscita in autunno, dedicato alle possibili soluzioni. Sarà quello, più ancora di questo, il banco di prova della loro credibilità. Perché elencare gli errori è facile. Indicare una via d’uscita realistica, molto meno.
E tu cosa ne pensi? La Francia è davvero stata “affondata” dalle sue stesse scelte, o è una lettura di parte? Diccelo nei commenti.