L’8 maggio 2026 il presidente ucraino firma un decreto che esclude la Piazza Rossa dai bersagli per la durata della parata della Vittoria. Il Cremlino si offende: “non abbiamo bisogno del permesso di nessuno”. Tra Trump che media, droni che volano fino a Mosca e una guerra che non finisce, proviamo a capire dove stiamo andando.
Il decreto più ironico dell’anno
C’è qualcosa di grandioso, e anche un po’ comico, nell’idea che un presidente in guerra firmi un decreto ufficiale per autorizzare la parata militare del nemico.
L’8 maggio 2026, sul sito della presidenza ucraina, è apparso un atto formale con cui Volodymyr Zelensky decide che “per finalità umanitarie delineate nei negoziati con la parte americana”, la Piazza Rossa di Mosca sarà esclusa dal piano di utilizzo delle armi ucraine per tutta la durata della parata del 9 maggio. Non un cessate il fuoco generale. Non una tregua diplomatica. Un permesso. Concesso da Kyiv a Mosca per festeggiare in pace l’80esimo anniversario della vittoria sul nazismo.
La reazione del Cremlino è arrivata istantanea, e racconta tutto. Il portavoce Dmitri Peskov, evidentemente irritato, ha precisato: “non abbiamo bisogno del permesso di nessuno”. Tradotto in linguaggio diplomatico significa: ci avete trollato e ce ne siamo accorti.
Cos’è successo prima, in parole povere
Per chi negli ultimi giorni ha guardato solo i risultati sportivi, ricapitoliamo. Putin aveva annunciato unilateralmente una tregua dall’8 all’11 maggio, motivata da “considerazioni umanitarie” legate alle celebrazioni della Vittoria. Tradotto: per favore non bombardateci la festa nazionale, ci viene Xi Jinping e ci facciamo brutta figura.
Zelensky aveva inizialmente rifiutato, definendo la proposta “una messa in scena teatrale” e proponendo invece una tregua vera di almeno trenta giorni. Trump, da Washington, aveva commentato: “troppo poco”.
Nel frattempo, sul terreno, succedeva il solito disastro. L’8 maggio l’Ucraina ha registrato oltre 140 colpi sulle posizioni di prima linea, 10 assalti e più di 850 impieghi di droni. Mosca ha rilanciato accusando Kyiv di 1.630 violazioni. La parola “tregua”, in questo contesto, ha lo stesso valore semantico della parola “promemoria” su un foglietto adesivo attaccato al frigorifero.
E qui arriva il colpo di teatro. Zelensky ha cambiato registro. Ha firmato il decreto, ha autorizzato graziosamente la parata, e contemporaneamente ha avvertito i leader stranieri presenti a Mosca che “non siamo responsabili della sicurezza di chi andrà”. Tradotto: i nostri droni non colpiranno la Piazza Rossa, ma fuori dalla Piazza Rossa fate voi.
Per chi vuole inquadrare la cornice più ampia del rapporto Trump-Zelensky-Putin, il riferimento resta Il bluff di Trump che ha fatto tremare il mito americano.
Spieghiamolo come se non avessimo mai aperto un giornale
Proviamo a tradurre tutto in italiano semplice, perché capire questa roba non è scontato.
Da una parte c’è la Russia, che da oltre tre anni è in guerra con l’Ucraina. Putin, il presidente russo, ha invaso l’Ucraina nel 2022. Sembrava una guerra lampo, è diventata una guerra di logoramento. Oggi la Russia ha bisogno di mostrare ai propri cittadini che tutto va bene, e la parata del 9 maggio è il modo più potente per farlo. Solo che, se la parata viene bombardata davanti alle telecamere di mezzo mondo, l’immagine di forza crolla.
Dall’altra parte c’è l’Ucraina, che resiste. Da paese aggredito, militarmente più debole, è diventato in tre anni un attore capace di colpire fino a Mosca con droni. Il dato chiave: fino a pochi mesi fa gran parte dei russi si sentiva al sicuro nelle città lontane dal fronte, oggi il 70% della popolazione russa è esposto agli attacchi ucraini. È un cambio di paradigma totale.
In mezzo ci sono gli Stati Uniti di Trump, che mediano. Trump vuole intestarsi la fine della guerra come trofeo politico. Sta spingendo per un accordo veloce, anche al costo di concessioni che gli alleati europei trovano discutibili. Negoziatori in Florida, telefonate con Doha, delegazioni a Teheran, mediazione del Pakistan: tutto contemporaneamente.
E poi ci siamo noi europei, che paghiamo le bollette di tutta questa storia senza decidere quasi niente. Bene così, no?
Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane
Tre scenari, in ordine di probabilità.
Scenario A: la tregua bagnata. La più probabile. La pausa del 9-11 maggio reggerà sulla Piazza Rossa ma non sul resto del fronte. Dopo l’11 maggio si torna alla guerra di logoramento. I negoziati continuano in sottofondo, con avanzamenti minimi e ricadute frequenti. Per noi italiani significa: gas instabile, grano volatile, prezzi alti almeno fino all’autunno.
Scenario B: l’accordo a sorpresa. Possibile. Trump ha bisogno di un risultato e potrebbe imporre un accordo a tappe forzate, con un memorandum d’intesa che congela il conflitto sulle posizioni attuali. L’Ucraina ci rimette territori, la Russia ci rimette sanzioni, l’Europa ci rimette il principio dell’inviolabilità dei confini. Per noi italiani: ripresa lenta dei mercati energetici, fine dell’emergenza più acuta, inizio di una nuova fase di tensione fredda con Mosca.
Scenario C: l’escalation. Meno probabile ma non escludibile. Una provocazione reale o presunta durante la parata, una rappresaglia missilistica russa contro il centro di Kyiv (come minacciato esplicitamente dal ministero della Difesa russo nei giorni scorsi), una reazione ucraina più dura, un coinvolgimento NATO marginale ma reale. Per noi italiani: scenario incubo, con tutte le conseguenze del caso su economia, energia, allerta militare.
Per inquadrare il fronte energetico legato a questi scenari, vale la pena rileggere Brent sopra i 100: aggiornamento tecnico tra politica, flussi e pressione reale.
Le 4 cose che questo episodio dovrebbe insegnarci
1. I cessate il fuoco non sono mai un’occasione per abbassare la guardia
Anzi, statisticamente sono i momenti in cui le forniture energetiche e alimentari subiscono i contraccolpi peggiori, perché i mercati riprezzano l’incertezza in tempo reale. Chi si prepara seriamente non festeggia le tregue, le monitora.
2. La diplomazia teatrale è la nuova normalità
L’era dei comunicati congiunti, delle conferenze stampa misurate, dei trattati firmati dopo mesi di lavoro è finita. Oggi un decreto provocatorio vale più di una nota verbale, un tweet vale più di un summit, un’autorizzazione ironica vale più di un trattato. Bisogna abituarsi e costruire la propria autonomia senza aspettarsi soluzioni istituzionali rapide e ordinate.
3. L’Europa è dentro questa cosa fino al collo
L’Italia non è uno spettatore. Le nostre forniture di gas, le nostre esportazioni, la nostra industria pesante, le nostre bollette dipendono dalla traiettoria di questa guerra molto più di quanto i telegiornali ci raccontino. Ogni decreto ironico di Zelensky è anche un decreto sul tuo costo della pasta e sul tuo riscaldamento di gennaio.
4. Il rischio escalation resta sul tavolo
Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, qualche giorno fa ha scritto su Telegram che “nel caso di una vera provocazione nel Giorno della Vittoria, nessuno può garantire che il 10 maggio arriverà a Kyiv”. Il livello retorico è quello, sempre. Sotto la retorica c’è un arsenale reale. Non bisogna farsi terrorizzare dai post Telegram, ma nemmeno riderci sopra.
Le 5 cose da avere in casa, oggi più di ieri
La lista è quella di sempre, ma con un peso diverso quando le notizie raccontano di leader che si scambiano decreti come messaggini.
Una scorta alimentare di lungo periodo, costruita con metodo e non in panic buying. La guida operativa resta Scorta alimentare: cosa comprare prima che gli scaffali parlino chiaro.
Un kit blackout completo, perché ogni escalation cyber collegata a questi scenari arriva sulla rete elettrica europea prima che sui giornali. Il riferimento è Kit anti blackout: cosa tenere in casa quando luce, rete e pagamenti si fermano.
Un serbatoio sempre sopra la metà e una piccola scorta di carburante stoccato a norma di legge. Bastano 40 litri in due taniche omologate per fare la differenza tra muoversi e restare fermi.
Uno zaino di evacuazione pronto, perché lo scenario in cui un’escalation improvvisa richiede di lasciare la città in poche ore non è più fantascienza. Il manuale è La bag out bag perfetta: cosa comprare davvero prima che tutto cambi.
Una radio capace di ricevere i bollettini ufficiali anche con la rete giù. Le migliori radio per comunicare in caso di emergenza è la guida da consultare.
La grande lezione del decreto-troll
Zelensky, con questo decreto, ha fatto una cosa molto interessante dal punto di vista della comunicazione strategica. Ha trasformato una tregua imposta dall’avversario in una concessione propria. Ha umiliato Putin dimostrando che la parata della Vittoria russa, simbolo di forza militare per ottant’anni, oggi si svolge solo se il presidente ucraino dà il permesso. Ha provocato il Cremlino costringendolo a una smentita stizzita che ha amplificato la beffa.
C’è una lezione laterale che vale per tutti, non solo per i presidenti: in scenari complessi, la differenza la fa la capacità di ribaltare la narrazione, non di subirla. Chi resta fermo a piangersi addosso perde. Chi reinquadra il problema e ne fa una risorsa, vince.
Zelensky autorizza Putin a fare la parata. Putin si offende perché autorizzato.
La guerra continua, la diplomazia diventa cabaret, la storia si scrive sui decreti che sembrano battute.
Nel frattempo, in Italia, il pieno è fatto, la dispensa è piena, lo zaino è pronto.
Pronti al peggio. Sempre, con metodo.