Chi aspetta il tramonto definitivo degli Stati Uniti rischia di leggere solo metà della scena. Washington mostra crepe evidenti: deficit elevati, debito pubblico in salita, interessi sempre più pesanti e una crescita meno brillante di quella che aveva alimentato il mito dell’eccezionalismo americano. Il Congressional Budget Office prevede per il 2026 un debito federale detenuto dal pubblico pari al 101% del Pil, in aumento fino al 120% nel 2036, mentre il deficit di bilancio del 2026 viene stimato a 1.900 miliardi di dollari. Anche il Fondo monetario internazionale ha avvertito che gli Stati Uniti dovrebbero ridurre il deficit di circa 4 punti di Pil rispetto a un livello attuale intorno al 7%, prima che le pressioni finanziarie diventino più serie.
Il declino americano esiste, ma resta relativo
Parlare di declino dell’impero Usa ha senso se si guarda alla traiettoria: più debito, più polarizzazione, più costi per rifinanziare lo Stato, meno margine per imporre ordine ovunque. Reuters ha rilevato che i pagamenti per interessi sono saliti in molti Paesi sviluppati e negli Stati Uniti il fenomeno spicca in modo particolare; nel 2024, nei Paesi Ocse, la spesa per interessi aveva già superato quella per la difesa. Nel frattempo gli investitori obbligazionari ragionano su una curva dei rendimenti più ripida proprio per aspettative di crescita più lenta e maggior emissione di debito americano.
Però il punto decisivo resta un altro: gli Stati Uniti si indeboliscono senza ancora perdere il centro del sistema. Il dollaro continua a dominare, Wall Street resta il cuore finanziario globale e l’economia americana, pur rallentando, mantiene una capacità di attrazione di capitali che altri Paesi ancora inseguono. Anche nelle proiezioni del CBO il Pil reale americano cresce del 2,2% nel 2026, prima di rallentare verso una media dell’1,8% tra 2027 e 2036. Non è un crollo; è piuttosto un logoramento di lungo periodo.
La Cina avanza, ma porta ancora il fardello immobiliare
Chi immagina Pechino pronta a raccogliere automaticamente lo scettro americano trascura la zavorra interna. La Cina cresce ancora più degli Stati Uniti in termini reali, con una previsione FMI del 4,4% per il 2026, ma quella crescita arriva dopo anni di crisi immobiliare, pressioni deflazionistiche e consumi interni meno robusti del necessario. Il FMI continua a indicare proprio il riequilibrio verso una crescita trainata dai consumi come il passaggio chiave per l’economia cinese.
Il caso Evergrande resta il simbolo più evidente di questa fragilità. La società è entrata in liquidazione a Hong Kong nel 2024 dopo il collasso di un gruppo appesantito da oltre 300 miliardi di dollari di passività. Nel 2025 Reuters ha riferito che, a 18 mesi dall’avvio del processo, i liquidatori avevano recuperato appena 255 milioni di dollari a fronte di 45 miliardi di richieste dei creditori; nello stesso anno Evergrande è stata anche delistata dalla Borsa di Hong Kong. Nel 2026 il fondatore Hui Ka Yan si è dichiarato colpevole di diversi reati, ulteriore conferma del disastro lasciato dietro il boom immobiliare.
Evergrande non è finita, e il mercato immobiliare ancora vacilla
La ferita non coincide con una singola azienda. Reuters ha scritto pochi giorni fa che il mercato immobiliare cinese “non ha ancora toccato il fondo”, anche se potrebbe avvicinarsi, e in un’altra analisi ha ricordato che i prezzi medi del settore sono scesi del 40%-50% dal 2021. Questo significa una cosa semplice: la Cina non ha ancora chiuso davvero i conti con la grande bolla del mattone.
A questo si aggiungono segnali sociali poco rassicuranti. La disoccupazione giovanile urbana per la fascia 16-24 anni, esclusi gli studenti, risultava ancora al 16,5% a dicembre 2025. Non sono numeri da collasso imminente, ma nemmeno da superpotenza serena e già stabilizzata.
Due giganti in difficoltà, con problemi diversi
Il quadro finale assomiglia più a una doppia fragilità che a un semplice passaggio di testimone. Gli Stati Uniti soffrono di eccesso di debito, costo del potere globale e usura politica interna. La Cina soffre di squilibri strutturali, immobiliare ancora in digestione e fiducia domestica da ricostruire. Washington scricchiola, ma resta al centro. Pechino cresce, ma non ha ancora spazzato via le macerie di Evergrande.
Il secolo americano perde smalto; il secolo cinese, intanto, cerca ancora le fondamenta.