COSA HA SPINTO GIORGIA MELONI AD IMPELAGARSI IN UNA RIFORMA TOTALMENTE ESTRANEA ALLE BATTAGLIE DELLA DESTRA SOCIALE? FORSE UN FAVORE A FORZA ITALIA CHE LA CONSIDERAVA LA MADRE DI TUTTE LE RIFORME? EPPURE IL MAI PALUDATO IGNAZIO LA RUSSA, SECONDA CARICA DELLO STATO LI AVEVA AVVISATI. ORA IL PROBLEMA E’ ANDARE ALLO SCONTRO ED ELEZIONI ANTICIPATE? MEGLIO TIRARE A CAMPARE CHE TIRARE LE CUOIA. LA TRASFORMAZIONE DELLA DUCETTA DELLA GARBATELLA DA MISSINA A DEMOCRISTIANA E’ ORAMAI COMPLETATA. RESTERA’ A PALAZZO CHIGI FINO A FINE MANDATO MA LE PRESSIONI AUMENTERANNO SEMPRE DI PIU’.
Il risultato del referendum consegna una fotografia politica che va oltre il semplice sì o no alle urne. È una prova di forza – e di debolezza – per l’intero centrodestra, ma soprattutto mette in evidenza un elemento strutturale della politica italiana che troppo spesso viene sottovalutato: senza una sponda, esplicita o implicita, del mondo cattolico e delle reti che fanno capo al Vaticano, vincere consultazioni popolari di questo tipo diventa estremamente difficile.
L’errore strategico è stato evidente sin dall’inizio. Il referendum, fortemente voluto da Forza Italia, è nato con l’ambizione di compattare l’elettorato moderato e rilanciare un’identità politica distinta all’interno della coalizione. Tuttavia, questa operazione si è scontrata con una realtà ben nota a chi conosce i meccanismi profondi del consenso in Italia: i referendum non si vincono solo con gli schieramenti politici, ma con la capacità di mobilitare mondi sociali, culturali e valoriali trasversali.
In questo quadro, la posizione del Vaticano – o meglio, la sua mancata attivazione – ha pesato più di quanto molti analisti avessero previsto. Non si tratta necessariamente di indicazioni di voto esplicite, quanto piuttosto di segnali, orientamenti, clima. Quando questi mancano, o restano ambigui, una parte significativa dell’elettorato moderato e cattolico tende a disimpegnarsi o a frammentarsi.
Giorgia Meloni ha scelto di sostenere il referendum senza però costruire un vero ponte con quell’area. È qui che emerge il nodo politico. La leader di Fratelli d’Italia ha probabilmente valutato che il consenso personale e la solidità del governo fossero sufficienti a trainare l’esito della consultazione. Ma i referendum seguono logiche diverse dalle elezioni politiche: sono meno “verticali” e più sensibili alle reti territoriali, associative e religiose.
Forza Italia, dal canto suo, ha spinto per la consultazione nella speranza di ritagliarsi uno spazio politico centrale, ma senza avere più la forza organizzativa di un tempo né la capacità di interlocuzione privilegiata con il mondo cattolico che aveva caratterizzato l’epoca berlusconiana. Il risultato è stato un progetto ambizioso ma privo di una delle sue leve fondamentali.
Il dato finale, dunque, non è solo una sconfitta tattica, ma un campanello d’allarme strategico. Il centrodestra resta competitivo sul piano elettorale, ma mostra crepe quando si tratta di mobilitare consenso su temi specifici e in contesti meno polarizzati. E soprattutto dimostra di non aver ancora risolto il rapporto con quel blocco sociale e culturale che, in Italia, continua a fare la differenza.
In prospettiva, la lezione è chiara: senza un dialogo strutturato con il mondo cattolico e senza la capacità di intercettarne sensibilità e priorità, qualsiasi iniziativa referendaria rischia di trasformarsi in un boomerang politico. Non è una questione confessionale, ma di realismo. In Italia, certe partite si vincono anche – e talvolta soprattutto – fuori dai palazzi della politica.